Intervista al fotografo Luca Bracali le cui avventure sono raccontate in programmi tv e riviste. COMMENTA
La fotografia, il giornalismo e un infinito amore per l'avventura. Questo è, in estrema sintesi, Luca Bracali, pistoiese Doc, che da più di vent'anni gira il mondo per raccontare di luoghi, fauna, culture e civiltà, documentando la realtà dell'uomo e della natura con immagini fotografiche, servizi e articoli pubblicati sulle principali testate italiane di sport, viaggi e turismo.
Ecco l'intervista esclusiva a Luca Bracali, un professionista straordinario che coniuga la passione per il suo lavoro a quella per la scoperta dell pianeta terra, in tutte le sue accezioni.
- Luca Bracali in poche righe, descrivici la tua attività professionale e cosa ti ha portato ad intraprendere questo mestiere...
Da circa venti anni mi occupo di giornalismo e fotografia. Ho iniziato con le moto, successivamente sono passato alle auto, infine alle modelle per poi entrare nel mondo del reportage e dei documentari a carattere geografico e naturalistico. Ho visitato ad oggi 120 paesi, pubblicato tre libri e realizzato una serie di dodici documentari sull’Artico. Cosa mi ha spinto a fare ciò? La voglia inarrestabile di capire, di scoprire e di conoscere. Ma anche il desiderio di poterlo trasmettere agli altri e di farlo con tutti i mezzi possibili che la comunicazione visiva e le piattaforme tecnologiche di oggi riescono ad offrirmi.
- Il tuo nome è legato ad alcune importanti pubblicazioni, tra cui lo splendido libro "I colori del viaggio" e la tua ultima creazione editoriale. Parlacene un po'...
Dopo aver pubblicato centinaia di servizi principalmente su riviste di sport e turismo ho debuttato nell’editoria nel 2005 con il mio primo libro intitolato Storia Illustrata di Pistoia e dedicato essenzialmente alla città dove sono nato e cresciuto, ripercorrendo appunto la storia di una delle più antiche sedi vescovili del territorio toscano. L’anno successivo ho invece dato vita al mio “sogno nel cassetto” un libro che ripercorresse le tappe dei miei viaggi intorno al mondo ma avesse una concept originale, diverso dai classici libri di fotografia. E’ nato così “I Colori del Viaggio”, una pubblicazione suddivisa in sei capitoli ognuno dei quali abbinato ad una componente cromatica diversa, quindi rifacendomi ai tre colori primari e ai tre secondari della pittura. Evidentemente ho saputo trasmettere il giusto appeal visto che il libro ha vinto il premio internazionale Orvieto Fotografia ed è stato recensito da oltre 30 testate e televisioni fra cui National Geographic, Il Corriere della Sera, Panorama e Rai 1. Lo scorso dicembre ho invece pubblicato con Electa Mondatori una pre-edizione del mio ultimo libro: SOS Pianeta Terra atteso nelle librerie a fine di quest’anno e che in pre-vendita ha già superato le mille copie (che per un libro fotografico da 60 euro è un risultato inatteso n.d.r.). E come è facile intuire dal titolo si tratta di un messaggio chiaro e ben preciso, un’opera dedicata al nostro pianeta e ai suoi delicati ecosistemi sempre più minacciati dall’uomo e dai suoi derivati, dall’inquinamento al riscaldamento globale.
- Lo scorso anno sei stato in Canada e Alaska dove hai trascorso 35 giorni a 53 gradi sottozero per fotografare e filmare e ad aprile di quest'anno ti sei unito ad un team di esploratori e scienziati russi per compiere a piedi il “last grade” quindi raggiungere dall’89esimo parallelo il Polo Nord geografico. Avventure che potremmo definire "estreme"... Cosa ci puoi raccontare in merito?
Il viaggio di per se è sempre una scoperta profonda e interiore, personale e intimistica. Gli ambienti estremi, e specie le regioni polari, mi hanno da sempre affascinato sia per la loro posizione geografica che per la grande ostilità dei luoghi stessi. Il freddo, il senso dell’infinito, il silenzio, le difficoltà operative, sono tutti fattori che devi considerare quando parti per una missione polare e sono queste le prime sfide da affrontare. Lo scorso anno mi sono recato sia in Canada che in Alaska con lo scopo di filmare e documentare la vita in questo remoto angolo di mondo in vista dei mutamenti climatici. Ho vissuto un’esperienza meravigliosa scoprendo la vita degli Inuit nelle comunità più sperdute, villaggi eschimo di 150 abitanti racchiusi nella morsa del gelo, lo straordinario incanto delle aurore boreali e il fascino indiscusso del silenzioso guardiano dei ghiacci: l’orso polare. Scatti unici, talvolta irripetibili, che ti restano impressi nel cuore e nella memoria. Per sempre. Qualche mese fa invece ho deciso di spingermi oltre visto che in una conferenza stampa qualcuno mi accusò di non aver mai compiuto imprese fisiche di un certo rilievo. E allora ecco che l’orgoglio accende la sfida, la voglia di dimostrare a me stesso per primo, ma anche agli altri, di ciò che si può essere capaci quando hai una forte motivazione: personale e professionale. C’è da dire anche che il Polo Nord nel mio immaginario ha sempre rappresentato l’ultima frontiera, quel luogo mistico e surreale nel quale, un po’ come nei racconti di Jules Verne, ci avevo sempre navigato con la fantasia. Poi, grazie a Victor Boyarsky, esploratore e scienziato, oltre che direttore di Vicaar e del museo Artico e Antartico di San Pietroburgo, sono riuscito ad arruolarmi nella loro spedizione e a raggiungere a piedi, o meglio sugli sci, il Polo Nord. E almeno per quest’anno sono stato l’unico italiano ed il solo reporter al mondo in questa spedizione. Ciò che ho visto e fotografato, forse fra mezzo secolo, sarà definitivamente scomparso.
- Esperienze del genere, oltre arricchirti a livello professionale, possiamo dire che "cambiano la vita"? A te cosa hanno lasciato?
Non puoi nemmeno immaginarlo. E forse nemmeno io sono così bravo a descriverlo. Dal punto di vista professionale cresci in maniera esponenziale visto che impari a lavorare al limite di ogni condizione sia tecnica che fisica. Ricordo che un giorno, verso la metà di marzo del 2008, ci siamo smarriti con la mia troupe nello stretto di Bering, incagliandoci con la motoslitta nei flutti ghiacciati. Il blizzard ha iniziato a soffiare forte, facendo scendere la temperatura e cancellando ogni traccia del nostro passaggio. A parte qualche orso polare eravamo davvero soli, sperduti in mezzo al mare. E’ stato uno degli attimi più terrificanti ma più emozionanti della mia vita. Quest’anno invece, durante la mia marcia verso il Polo Nord non so quante volte il mio umore sia vacillato, rasentando spesso lo zero assoluto. Più volte ho maledetto questa impresa e la mia voglia di spingermi oltre. Tra i miei compagni d’avventura c’è chi è finito in una crepa del ghiaccio rimanendo a mollo, inzuppato d’acqua fino al collo. Altri sono andati in ipotermia o hanno avuto il congelamento degli arti. Io sono riuscito ad evitare il peggio a tre dita e al naso. Ma la cosa più bella è ciò che ti resta dentro, quella sensazione che assapori ogni qualvolta ti ritrovi da solo con te stesso, rincorrendo quei pensieri che ti danno la spinta per andare avanti ogni giorno.
- Quali sono state le difficoltà a livello fisico, ma anche fotografico, in missioni così difficili ed impegnative?
Anzitutto ci sono quelle psicologiche. La barriera della mente è la prima che va abbattuta, bisogna convincersi delle proprie forze, delle proprie capacità, fare una sorta di training autogeno e secondo me il momento migliore è al mattino, quando ci si alza dal letto caldo, avvolti da tutti i confort della propria casa. Da qui partono i primi pensieri, devi capire e convincerti che dopo qualche settimana tutto sarà diverso, difficile ma non impossibile. E’ solo questione di volontà. Poi c’è l’aspetto fisico che non va sottovalutato in una missione in cui stai fuori in mezzo ai ghiacci per nove giorni, traini una slitta da 45 chili per sei/sette ore al giorno e resti in autosufficienza alimentare e logistica. E dopo una giornata di marcia, piazzare una tenda e scavare una decina di chili di neve da bollire per dissetarsi, è una dura prova da affrontare anche per il fisico più allenato. Il tutto a -40° e con il sole che non sorge e non tramonta mai, ma ti gira attorno ad altezza costante per 24 ore… L’abbigliamento tecnico è sicuramente fondamentale per aiutarti a vincere o comunque a convivere con il freddo; io ad esempio indossavo anche sotto la tenda o nel sacco a pelo 1 cappello, 2 paia di pantaloni, 3 di calzini e 4 caldissime felpe della Columbia Sportswear; in esterno aggiungevo una muta polare Mountain Hardwear testata fino a -60° ed un paio di stivali Sorel da -73°. A livello fotografico invece ci sono due grandi difficoltà da superare: la prima è l’effetto condensa sulle lenti quando passi dai -30/-40 centigradi ai +20°. Le lenti si appannano e restano offuscate per almeno due o tre ore e quindi è impossibile fotografare. A questo si rimedia con buste plastiche semi-ermetiche passando, se possibile, da una fase intermedia di temperatura attorno allo zero. Ma il vero handicap restano le batterie che a causa dello shock termico si esauriscono in meno di cinque minuti. Praticamente se non vuoi rimanere a secco di energia devi averne almeno tre o quattro con la quali vivi, mangi e dormi purché lasciate a stretto contatto, quasi epidermico, con il petto. E’ poco confortevole sicuramente ma è anche il solo metodo in certe condizioni ambientali. Pensa che lo scatto più impegnativo della mia carriera è stato fotografare un orso polare femmina con una coppia di cuccioli. Abbiamo atteso il loro risveglio per almeno 4 o 5 ore mentre il blizzard aveva fatto scendere la temperatura a -53°. Improvvisamente si è alzato il primo cucciolo, poi il secondo. Qualche stiracchiamento, qualche effusione con mamma orsa e poi se ne sono andati tutti assieme scomparendo nel bianco infinito. In cinque minuti ti giochi lo scatto di una vita. E se non hai la batteria…
- Che tipo di preparazione fai prima di missioni come queste?
Peso 57 chili da quando avevo 17 anni anche oggi che ne ho 44 e fra l’altro non ha mai bevuto ne un caffé o fumato una sigaretta in vita mia. E questo è un grosso vantaggio perché se è vero che i muscoli (che io non ho…) possono aiutarti vero è che i muscoli hanno anche bisogno di alimentazione e allenamento costante. Diciamo che io mi sento un po’ come un maratoneta etiope e lascio alla resistenza fisica, piuttosto che alla potenza muscolare, il ruolo primario. A parte l’allenamento psicologico se così vogliamo chiamarlo, nella missione al polo purtroppo non ho avuto nessun altra forma di preparazione. Erano tre mesi che tentavo un aggancio con il capo-spedizione ma la risposta è avvenuta solo 5 giorni prima della partenza. Victor mi ha detto di sì e a quel punto solo una visita cardiologia con prove da sforzo mi ha consentito di partire. A Longyearbyen, alle isole Svalbard, quando abbiamo fatto il test di valutazione prima dello start mi hanno chiesto quanti mesi di allenamento avevo alle spalle e quale fosse la mia esperienza con lo sci di fondo. Quando gli ho detto che avevo avuto solo tre giorni di tempo per chiudere e le valigie e che non avevo mai messo ai piedi gli sci di fondo mi hanno dato del pazzo…
- Nei tuo viaggi fotografi e filmi. Dove potremo rivedere le tue "gesta"?
“Gesta” è una…parolona! Luca Bracali in realtà non è altro che un semplice fotografo, un umile ambasciatore del nostro mondo, un po’ incosciente e con l’inguaribile male di Peter Pan. Le storie dei miei viaggi e le mie immagini si possono comunque vedere in diverse pubblicazioni sia on-line sul sito www.lucabracali.it che sul sito di Nazca Pictures, l’agenzia internazionale che mi rappresenta in Italia e all’estero al link diretto http://www.nazcapictures.com/allfeatures.php?id_fotografo=41A livello cartaceo la rivista I-Quality mi ha dedicato una rubrica intitolata “I viaggi di Luca Bracali” mentre altre testate di sport e turismo come In Moto, Gente Viaggi, Panorama Travel e altre ancora pubblicano i miei servizi. Attraverso radio e tivù ho diffuso molte delle mie avventure con una decina di interviste andate in onda in diretta sui canali televisivi di Rai, una dozzina di puntate su Sky ed oltre una ventina di interviste radiofoniche, di cui alcune in diretta satellitare, sono state trasmesse dai principali network radiofonici italiani e comunque sempre on-line sul mio sito.
- Sei uno dei rappresentanti italiani più insigni della fotografia in ambienti estremi. Dopo il Polo cosa sogni di fotografare?
Diciamo che vorrei documentare i disastri dell’Amazzonia visto che ogni anno migliaia di ettari di foresta vengono distrutti per lasciar spazio a nuovi pascoli che sfameranno i bovini delle catene Mac Donald’s. Poi mi piacerebbe approfondire ancora l’Artico e tornare di nuovo al Polo Sud. Sto pensando alle tematiche del buco dell’ozono e all’effetto serra e con una mia cara amica di Firenze, Tosca Ballerini, adesso illustre ricercatrice presso l’università di Norfolk in Virginia vorrei partecipare al suo programma di studio sui mari del sud dove si pensa di concimare i fondali marini con elementi ferrosi per dar modo alle alghe di crescere e riprodursi più in fretta e, “respirando” una quantità maggiore di anidride carbonica, si andrebbe così a purificare la nostra atmosfera. Avendo poi in questi anni di viaggi e reportage imparato qualcosa, vorrei mettere a frutto la mia esperienza a chi ama la fotografia ed i viaggi. Dopo otto anni di lavoro sono riuscito a mettere a punto il mio progetto di corsi fotografici itineranti con il supporto di un partner d’eccezione come Canon Italia che ci fornirà tutto il necessario indispensabile per non avere limiti tecnici: dalle fotocamere da 21 megapixels ad un parco ottiche che va dal 14 all’800 millimetri. Ed è grazie alla professionalità e alla competenza di Stefano Conti, tour operator con la sua All Time Go, che abbiamo lanciato un sito appositamente dedicato ai safari fotografici www.travelphotoworkshop.it Il prossimo appuntamento sarà il 17 ottobre per fotografare la Namibia anche dall’alto con il supporto di un aereo privato.
- Oltre al lato ambientale ti interessa fotografare anche quello umano? Cosa ti piace trasmettere al pubblico che guarda le tue foto?
Tutta la passione e l’emozione che è racchiusa in quello scatto. Che si possa capire il “carpe diem” e quanto la fotografia debba essere considerata una forma d’arte a tutti gli effetti. Ma voglio anche che possano rendersi conto di quanto straordinariamente bello sia il nostro mondo e di ciò che andremo a perdere se continuiamo a maltrattarlo e non rispettarlo. E infine, assieme a me, vorrei lasciarli riflettere per un attimo su quale eredità presenteremo ai nostri figli…
- Nella tua professione sei anche autore di fotografie "meno estreme". Come ad esempio splendidi calendari femminili. Dopo aver visto la natura più lussureggiante sei oggi più attratto dalla bellezza umana, come ad esempio una splendida modella, o dalla bellezza della natura più selvaggia, come un territorio inesplorato?
E’ un domanda che mi lascia pensare molto questa. Ho sempre detto che faccio il lavoro più bello che esista: giro il mondo, collaudo moto e super-car e spoglio modelle…questo per dirlo in tre parole! Ma sono tre cose totalmente diverse fra loro. La passione per i motori me la porto dietro dalla nascita, una sorta di dna, e scattare un’immagine mozzafiato ad un’auto sportiva in piena corsa è sempre un bel limite da vincere ancor oggi con gli autofocus più evoluti. Fotografare una modella significa entrare nel complesso linguaggio del corpo: cercare la forma, far risaltare la bellezza, l’ingenuità o la seduzione. Sono elementi presenti in ogni soggetto femminile ma sta alla capacità del fotografo riuscire a carpire, a saper conquistare direi, questi piccoli segreti individuali. Infine il mondo e la foto naturalistica. Qui sei solo con te stesso di fronte all’immensità silenziosa della natura con la quale devi confrontarti. I paesaggi li adoro per la loro sorprendente metamorfosi in relazione alla luce; i popoli e la fauna del nostro pianeta sono straordinari da capire e fotografare per la loro eterogeneità.
- Quali sono, a tuo parere, i limiti della fotografia oggi?
Che non ha limiti. Questo è il vero paradosso. La fotografia di oggi viaggia alla velocità della luce in una folle corsa senza sosta e senza limiti apparenti. Tutto cambia e si evolve. Tutto diventa obsoleto e superato. Il mercato è stra-saturo e le redazioni pure. Peccato perché personalmente sono a favore del progresso e della tecnologia e la fotografia digitale ed internet hanno dato un contributo eccellente all’evolversi dell’immagine. Ciò che temo adesso sono le controindicazioni e gli effetti collaterali ancora sconosciuti.
- Quali sono i tuoi prossimi progetti fotografici ed editoriali?
Parlando di viaggi e fotografia per quelli a breve scadenza potrei dirti le isole Svalbard dal 10 al 20 di agosto, poi il Kenya dal 25 al 2 settembre ed il Bryce e Antelope Canyon negli Usa dal 12 al 20 settembre. A ottobre invece resta aperto il workshop in Namibia. A livello editoriale invece attendo la pubblicazione ufficiale di SOS Pianeta Terra anche se ho già nel cassetto altri tre progetti da sviluppare dedicati al mare e alle isole. Ma anche alle donne e ai bambini di questo mondo.
FOTO: © Luca Bracali/Mediacom
Commenti
Pierluca ahahah inizio a
Pierluca ahahah inizio a preoccuparmi ;)
Sull'altro argomento, però, non troveremo mai un accordo, abbiamo due punti di vista diametralmente opposti, quindi mettiamoci il cuore in pace entrambi ;P
Buona domenica!
Per una volta..................
.................CONCORDO CON DANZATRICE!!!!
Questo sì che è un
Questo sì che è un professionista serio: è a caccia di avventure, mica di unghiate e borsettate come quei poveracci che rincorrono la Campbell!!
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