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Roberto Saviano: "Troppe cattiverie, sono fuggito a New York"

Dopo ‘Vieni via con me’, lo scrittore ha lasciato l’Italia.

Ha trascorso sei mesi a New York a insegnare all’Università e si sente molto soddisfatto. A conclusione di questo periodo, Roberto Saviano, però, ammette che il suo trasferimento nella Grande Mela cela, oltre al desiderio di fare una nuova esperienza, anche quello di fuggire dall’Italia dopo il grande successo di ‘Vieni via con me’.

Su ‘Vanity Fair’, che gli dedica la cover e un bel servizio, l’autore di ‘Gomorra’ spiega: “I motivi della mia fuga, perché nonostante tutto di fuga si è trattato, risalgono ai tempi di Vieni via con me. Dopo il successo della trasmissione, l’attenzione su di me di media e politica e dei media proni alla politica è diventata altissima. La mia famiglia è diventata oggetto di ricerche, di domande, di curiosità. Ogni giorno sentivo una pressione enorme. Mezze parole, commenti idioti, sorrisi aperti e dietro le spalle schiumanti insulti. Gli “addetti ai livori” sono così. Non si interviene su ciò che dici o su come lo dici: si cerca di delegittimarti, o di creare un clima avverso. Un modo per poter dire a se stessi che chi riesce a parlare a molti è corrotto dai media, è una schifezza, un bluff”.

Ora Saviano fa un bilancio dell’ultimo periodo e ammette di essere molto contento di essere tornato a vivere serenamente. “Sorrido come un bambino. Sono un animale che per tanto tempo dalla sua gabbia, attraverso le sbarre, ha visto il cielo, gli alberi e se n’è stato lì pensando che fosse inutile voler volare. Che volare non serviva a nulla. Che in fondo il volo non esisteva nemmeno. Ecco, mi ero abituato a pensare che la libertà non esisteva e che quindi era inutile cercarla, agognarla, lavorare per ottenerla. Mai avrei pensato che un giorno qualcuno avrebbe aperto la mia gabbia”.

Per cinque anni ho fatto in tutto forse un migliaio di passi - continua lo scrittore - E ho approssimato per eccesso. Mi sono totalmente disabituato alle file negli uffici, al caos dei supermercati, al caos in strada. Non entravo in una metropolitana, in un treno, da cinque anni e mezzo. Per me, quelli statunitensi sono stati sei mesi di vertigini continue provocate dalle situazioni più banali. Una volta per comprare tre arance ci ho messo due ore: paralizzato dalle luci, dalla folla, dalle voci. Lì avevo una protezione molto diversa da quella a cui ero abituato, con margini di libertà maggiori. I tre uomini che mi gestivano, sapendo della mia urgenza di libertà, spesso lasciavano che li superassi, che mi dimenticassi di loro. A volte dovevano rincorrermi perché sparivo dal loro sguardo”.

Il giorno dopo il mio arrivo, sotto l’effetto del jet lag, sono uscito alle sette del mattino, ma in realtà già fremevo dalle cinque. In strada non c’era nessuno, solo io e la mia scorta. Senza parlare abbiamo camminato per cinque ore. Ho bevuto un cappuccino e ci ho inzuppato dentro un muffin, ho comprato una cartina di Manhattan e, in quella sola mattinata, sono certo di aver camminato come non avevo mai fatto. E non solo ne sono certo, ho le prove. Sono tornato a casa con le piaghe ai piedi, mi facevano male da morire, ma quel dolore che non credevo esistesse più mi rendeva euforico. Avevo la sensazione di essere tornato a vivere completamente, di aver riacquistato l’uso di arti sopiti da tempo. Per la prima volta ho iniziato a vedere le scarpe consumarsi, e ai piedi mi sono venute le vesciche”, conclude Saviano.


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